PIANTE OFFICINALI: NUOVA FRONTIERA PER AUMENTARE I REDDITI

La coltivazione di piante aromatiche ed erbe officinali rappresenta sicuramente un investimento in grado di generare buoni redditi a fronte di superfici coltivate di estensione relativamente limitata, tenuto conto che in Basilicata abbiamo un patrimonio di specie vegetali enorme. Sono infatti 437 le specie di erbe officinali autoctone, pari al 25% del patrimonio complessivo. E’ quanto sostiene Donne in Campo-Cia Basilicata commentando la costituzione dell’Associazione regionale dei Produttori di piante officinali, zafferano ed alimenti funzionali di Basilicata, in collaborazione con Evra srl e con il supporto tecnico dell’Alsia.
Donne In Campo ricorda la campagna “Piantiamola!“, promossa in occasione del’8 marzo, per promuovere la diffusione di  piante officinali ma anche rampicanti, erbe aromatiche, alberi da frutto coltivazioni antiche. In Italia – è scritto nella nota – il mercato “trasformazione e commercializzazione” delle piante officinali ha fatto registrare negli ultimi 10 anni un notevole incremento. Notevoli difficoltà sta incontrando, invece, il mercato della “produzione” a causa delle scarsità di aree utilizzate per queste tipologie di colture mentre il 90% del fabbisogno nazionale di piante officinali in Italia è importato dall’estero. La produzione di piante per uso farmaceutico e, più in generale, di piante officinali nel nostro Paese è caratterizzata da forte dinamismo e notevole imprenditorialità. Il coltivatore di officinali di solito è uno specialista, più raramente un coltivatore sporadico o di opportunità, quindi ha investito capitali in attrezzature per la gestione della filiera (coltivazione, raccolta e lavorazione in post-raccolta delle erbe). Negli ultimi anni il mercato è andato differenziandosi in due aree nettamente distinte in cui nuove prospettive si sono aperte per il coltivatore italiano. Da una parte, persiste un mercato delle materie prime industriali a basso prezzo e grande quantità (10-100 t/anno/prodotto), cui solo aziende con grandi estensioni ed esperienza possono accedere; in genere, queste produzioni si realizzano dietro contrattazione con le industrie acquirenti. Dall’altra parte, si amplia il mercato dei prodotti di qualità, biologici, di nicchia e super–nicchia, trattati in quantità modeste, (100 kg – 10 t/anno/articolo) ma pagati a prezzi superiori (fino a quattro volte i corrispettivi prodotti di qualità industriale). Per Donne in Campo Cia, considerando la proprietà polverizzata diffusa anche in Basilicata, il coltivatore medio potrebbe  puntare essenzialmente a quest’ultimo ambito, specializzandosi, allungando la filiera e professionalizzandosi. L’aspetto distributivo è importante perché con poca materia prima si raggiungono facilmente grandi numeri di pezzi; basti pensare che da un ettaro si ottengono fino a 2.000 kg di prodotto secco in taglio tisana e che una scatola di bustine filtro contiene circa 20 g di erbe. Ne consegue cha da una fase all’altra della trasformazione si generano imponenti margini di valore aggiunto. Un altro esempio è quello dell’origano: i  grossisti l’acquistano dai produttori a 2/3 euro/kg di prodotto secco (infiorescenze e foglie sfioccate); nei successivi passaggi commerciali il prezzo aumenta a 8/10 euro/kg (prezzo pagato dagli erboristi), fino a più di 20 euro/kg (prezzo per l’acquisto del prodotto in sacchetti da 50 g, sui banconi dei supermercati). Questo enorme valore aggiunto non rimane quasi mai nelle mani del produttore, ma viene incassato dalle figure intermedie della filiera. Sarebbe perciò necessario includere nel processo produttivo anche le fasi di prima trasformazione e confezionamento e realizzare una filiera “dal campo alla tavola”. Per Donne in Campo c’è poi il comparto cosmesi. Un dato su tutti: il mercato italiano della cosmesi vale 10 miliardi di euro con le esportazioni in crescita a doppia cifra. Quindi per le imprenditrici della Cia un’ottima opportunità di diversificare le attività in azienda preparando prodotti da rivendere direttamente.