IL PUNTO DI PETRULLO: CORTE DI APPELLO CHE SE NE VA, MA A CHI INTERESSA DAVVERO?

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Quale futuro per la Basilicata. Privata di tanti uffici regionali, accorpati come forse sarà accorpata anche, appunto, la regione, scippata di qualsiasi forma di autonomia decisionale, con riferimento alle estrazioni, di terra e di mare, come declamò Pittella non molto tempo fa, la Basilicata teme di perdere anche la Corte di Appello e, con questa, tutta una serie di presidi giudiziari e non. Ma è un timore sommesso, trasmesso, a chi comanda, con un sussurro, un bisbiglio. Sembra quasi che la protesta sia solo un atto dovuto, senza del quale “e che caspita”, ma nulla di più. Il borbottio, peraltro molto dignitoso, moderato, per nulla sguaiato e scomposto, però, non ci trasmette una supposta superiorità dei lucani sull’argomento, tenuti ad accettare, ma giammai a condividere, quanto una diffusa indifferenza. Sembra mancare una generale consapevolezza dei fenomeni che stanno depauperando la nostra terra, destinata evidentemente a scomporsi amministrativamente e diventare un po’ Puglia e un po’ chissà cosa. A questo punto, però, sarebbe il caso di chiedersi se, alla fine, tutto questo non sia vissuta come una opportunità (chissà quale) anziché una tragedia, visto, appunto, che non viene avvertita come drammatica la probabile scomparsa. Sarà così lacerante perdere la Corte di Appello? Certo, magari riparassero la Basentana e istituissero un “postale” in più (treni e aerei, no grazie, sarebbe troppo e non sapremmo come ricambiare, essendoci rimaste solo le mutande), ma in fondo cosa cambia? Qualcuno dovrà viaggiare, qualcun altro, però, se lo eviterà, e quindi siamo pari; gli avvocati potranno farsi sostituire e magari fra un po’ le udienze in Corte di Appello non si terranno più, come in Cassazione, ma alla fine al lucano che ha deciso di rimanere qui e non cercare fortuna altrove, cosa gliene importa? Fare causa, visti i tempi, i risultati e i costi, non sembra più attirare nessuno, la giustizia è un lusso per pochi, entrare in un tribunale è un po’ come un tuffo nel passato, una nuotata fra i ricordi, fra quello che fu tanti anni fa e che non sarà più perché chi ci è cascato una volta non ci ricascherà più, almeno per sua volontà. La giustizia?, no grazie posso farne senza. E allora? Noi lucani siamo portati a vestire gli abiti della composta rassegnazione, del melanconico fatalismo, un presidio giudiziario in meno non ci provoca disagio cosi come uno eventualmente in piu non ci provocherebbe entusiasmo. E poi i nostri rappresentanti politici riportano a Roma fedelmente il nostro sentire, che è il loro, e che si riassume nella indifferenza lucana, intesa come uno stato filosofico e spirituale, cresciuto nei secoli, una sorta di saggezza popolare che non si scuote più; un popolo che ha confidenza coi terremoti e le crisi, la povertà e il saccheggio a suo danno, l’anonimato e la mediocrazia, cui, in fondo, è affezionato, perché le eccellenze, quelle poche eccellenze, letteralmente le caccia, ma per il loro bene, sia chiaro.

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