IL PUNTO DI PISTONE. RIFORMA COSTITUZIONALE: MISSION IM-POSSIBLE PER RENZI

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Mission impossible per Ethan Renzi di cambiare la Costituzione (norme a confronto). E parafrasando un breve dialogo all’interno della pellicola Rogue Nation: in politica non ci sono alleanze ma solo interessi comuni. E nel caso specifico i comprimari sono i verdiniani e gli alfaniani. E’ arrivata anche la trovata per la campagna elettorale al fine di racimolare un paio di milioni di consensi. Destinatari della “mancetta” i pensionati, tra i più arrabbiati, con un reddito annuo compreso nei 13 mila euro lordi che potranno acceder alla 14esima. Il costo dell’operazione viene stimato in circa 800 milioni di euro all’anno. I cittadini sicuramente auspicherebbero una consultazione elettorale ogni sei mesi, tanto per vedersi in tasca qualche euro in più. Ethan Renzi deve contrastare e sconfiggere il fronte del no. Un movimento trasversale che abbraccia tutto l’arco parlamentare che ha visto scendere in campo anche l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema del quale si può dire di tutto, anche del fallimento della Bicamerale e di essere entrato a palazzo Chigi dopo lo sgambetto di Rifondazione a Prodi, tranne che sia di destra. Nella lunga campagna elettorale Renzi forse deve temere proprio alcune uscite pubbliche da parte della ministra Boschi che ora ha assunto un profilo basso. La “impossible girl” ha assunto una posizione più defilitata forse per scelte di Renzi. Basti ricordare che nei giorni dopo la strage di Nizza, ad esempio, come se non bastasse l’infelice dichiarazione sui partigiani («solo quelli veri voteranno per il sì») sostenne che il sì alla riforma rappresenta un utile strumento contro il terrorismo. Quindi al momento la vulnerabilità dell’Italia è all’ennesima potenza? Forse perché l’Italia ha un sistema che contempla il bicameralismo? O perché il Parlamento è l’emblema di una democrazia rappresentativa che indirizza un esecutivo non pensato come un organismo plenipotenziario che bypassa il parere delle Camere? Quindi l’essere usciti dagli anni di piombo è stato solo grazie a un colpo di fortuna, visto che in quel periodo vigeva la stessa Costituzione che oggi si vuole riformare. Probabilmente il terrorismo lo fanno proprio la ministra Boschi e le lobbies finanziarie. Gli stati nazionali appaiono non più del tutto padroni delle loro decisioni non solo in politica internazionale ma anche in una politica interna che ne risulta fortemente delimitata e condizionata. A dettare le regole sembrano essere la finanza internazionale, le banche (come la J.P. Morgan), le agenzie di rating, la banca mondiale e anche l’Unione europea, con la Germania in prima fila. A dare manforte a Ethan Renzi per l’affermazione del sì ci pensa anche Confindustria e non solo. L’Fmi, il Fondo monetario internazionale. Cambiando l’ordine delle lettere dell’acronimo diventa Imf (Impossible Mission Force). Il Fondo moneteario, con un atteggiamento intimidatorio, prospetta conseguenze catastrofiche per l’economia e per la società italiana nel caso i cittadini votassero per il no. Quindi gli italiani, per un semplice processo deduttivo, hanno bisogno di consigli perché non in grado di decidere autonomamente cosa fare. Hanno bisogno che qualcuno indichi loro cosa votare. Come ha sostenuto Bersani è necessario un no al ricatto e lasciare liberi i cittadini di ponderare il tutto. Forse sarebbe stata una buona cosa spacchettare il referendum in più quesiti e non prevedere un sì o un no a tutto il brogliaccio. Secondo molti analisti più che di riforme, costituzionale ed elettorale, si tratta di stravolgimenti. Con l’Italicum si consentirebbe alla lista che abbia raccolto più voti di mettere le mani sul parlamento. Con quella costituzionale, inoltre, il governo eserciterebbe anche un forte controllo sull’esercizio del potere legislativo. Il sistema italiano non è bipolare, nonostante i tanti tentativi, tant’è che Berlusconi ora è diventato sostenitore del proporpozionale. Eppure proprio Forza Italia nei primi incontri con il Pd sulla riforma aveva dato il suo placet. A detta di Carlo Amirante, professore emerito di diritto costituzionale e di dottrina dello Stato, sia per le modalità di scelta dei capolista, sia per la deriva oligarchica e personalistica che sempre più spesso hanno assunto i partiti vecchi e nuovi risulta evidente il passaggio da una democrazia rappresentativa a una democrazia d’investitura, che si traduce in “assoluta” autonomia politica del governo. Un esecutivo blindato, dunque, che va a mortificare la dialettica parlamentare. Secondo Amirante, inoltre, sostituire l’attuale Senato con un organo che non sia più espressione diretta della sovranità popolare, e d’altra parte non sia in grado di garantire una rappresentanza qualificata ed efficace delle regioni e degli enti locali, più che una soluzione destinata a razionalizzare la forma di Stato e di governo in senso democratico e partecipativo sembra contribuire ulteriormente a rafforzare il governo centrale e il potere personale del premier che, assommando anche la carica di segretario del suo partito, diventa l’ago della bilancia del sistema politico-costituzionale. Per Amirante «la composizione del nuovo Senato e la complessità e delicatezza dei compiti che i rappresentanti delle Regioni e i sindaci dovranno affrontare ne fanno un organo ibrido e disfunzionale.  Con la sovranità popolare, di cui un parlamento di nominati dalla segreteria dei partiti non è certo espressione, vengono superati inoltre principi fondamentali del costituzionalismo democratico, come il principio d’uguaglianza del voto, la divisione/separazione dei poteri, il principio dei pesi e contrappesi, senza i quali i rischi di un autoritarismo strisciante minacciano di trasformarsi in realtà». E poi che dire di un senato di nominati dai consigli regionali e non più eletti dai cittadini. Forse sarebbe stato meglio eliminarlo del tutto. Come sarebbe stato utile diminuire direttamente i parlamentari e accogliendo una proposta del centrodestra evitare ai deputati di cambiare casacca.

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