LACORAZZA SU REFERENDUM: «RIFLETTERE COI DATI PRIMA DI DECIDERE COME VOTARE»

Condividi subito

Attivissimo come pochisulla questione referendum l’ex Presidente del Consiglio Regionale, Piero Lacorazza. Pur riservandosi ancora di dare la sua indicazione ufficiale sul si o sul no, fa ben capire quale sia il suo intendimento, attraverso una nota inviata ieri ai segretari e agli iscritti del PD, che riportiamo integralmente.

Cara/o Segretaria/o
Cara/o Democratica/o,

l’approssimarsi della scadenza referendaria impone a tutti noi una riflessione seria e profonda, libera da ogni pregiudizio. Servono motivazioni adeguate, perché stiamo parlando delle regole della nostra democrazia. Eppure in questi ultimi giorni ho la sensazione che tutto si stia riducendo ad una contesa fra schieramenti “congressuali” tra chi non vuole far ritornare un certo passato e chi ha paura di un futuro in compagnia di Verdini.

Osservo con rammarico che la formazione dei comitati “Basta un Si” non mi pare animata dalla cosiddetta “società civile” ma piuttosto da filiere, correnti e sottocorrenti. Non ricordo questa animazione politica e mobilitazione per il referendum del 17 aprile. Non ho visto tutto questo schieramento di filiere “congressuali” per difendere la Basilicata dalla logica dello “Sblocca Italia”, che ha peraltro tentato di anticipare le previsioni della riforma costituzionale riportando di fatto in capo allo Stato la titolarità esclusiva delle scelte in materia energetica, ambientale e del governo del territorio.

Eppure quell’iniziativa referendaria interessava molto da vicino i lucani, tanto che, nonostante solitudini, tatticismi e strumentalità varie, in Basilicata ha votato oltre il 50% dei cittadini, circa 20 punti in più rispetto alla media nazionale, il 96% (224.000 elettori) dei quali a sostegno delle nostre tesi.

Un Paese e una Regione hanno bisogno di industria per lo sviluppo e per il lavoro; c’è bisogno di politiche industriali “sostenibili” in cui sia chiaro, in alcuni casi, il difficile equilibrio tra rischio ed opportunità. È una delle ragioni, per esempio, per le quali ho chiesto che si discuta in Consiglio Regionale di un piano strategico legato anche alla evoluzione dei nuovi contesti in cui si sviluppa e si rinnova l’industria, 4.0.
Come certamente saprai non faccio parte di nessun “coordinamento No Triv” ma sono profondamente convinto di una intelligente e razionale transizione energetica che in occasione del referendum del 17 aprile ho cercato di promuovere impedendo anche che il nostro territorio fosse calpestato da un neocentralismo prepotente.
La consultazione del 4 dicembre coinciderà con l’anniversario (4 dicembre 2014) di una imponente manifestazione studentesca che terminò davanti al palazzo della Regione; attraverso la richiesta di impugnare l’art. 38 dello Sblocca Italia, in realtà quegli studenti chiedevano rispetto, chiedevano cambiamento e futuro.
C’era un popolo che reagiva anche all’appellativo di “comitati di turno” con cui, con una evidente forzatura comunicativa del Presidente Renzi, venivamo definiti poichè, a suo dire, rei di impedire lo sviluppo energetico del Paese.

1Vorrei che per un attimo la nostra mente tornasse a due anni fa. Vorrei che valutassimo davvero le motivazioni del grande Quorum del referendum del 17 aprile, nonostante non fosse accompagnato dalla stessa tensione mediatica e organizzativa presente nella campagna referendaria di oggi.

E vi chiedo in particolare di fare un’attenta riflessione sugli aspetti della riforma che riguardano direttamente le prerogative delle Regioni, a partire dalle proposte di modifica all’art. 117, che come è stato rilevato da più parti non vale per le Regioni a Statuto Speciale. Tra le materie “esclusive” dello Stato ci sono la “produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia”, le “infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto”, i “porti e aeroporti civili”, la “tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici”, l’“ambiente ed eco-sistema” e il “governo del territorio“, sottolineo il “governo del territorio“.2

In sostanza, materie che nell’attuale dettato costituzionale vengono attribuite alla competenza concorrente – come l’energia, le infrastrutture e le grandi reti-, o vengono rimesse alla competenza residuale delle Regioni – come il turismo -, tornano allo Stato. E questo significa che lo spazio di intervento delle Regioni, ma anche degli enti locali e dei territori, con la riforma corre il rischio di essere molto ridotto vanificando così la spinta del referendum del 17 aprile riducendo lo spazio democratico entro il quale si esprime la volontà dei cittadini.
Spazio peraltro rivendicato più volte dal Consiglio regionale della Basilicata, a partire dalla mia relazione del 2 aprile del 2014. 
Alla mia relazione seguì un dibattito che si concluse con l’approvazione di una mozione nella seduta dell’8 aprile 2014 con la quale si chiedeva espressamente al Governo e al Parlamento di lasciare materie quali “governo del territorio” e “ambiente” fra le prerogative delle Regioni.
Era l’8 aprile 2014, una data molto lontana da quella che oggi è diventata più una contesa politica che un dibattito che allora appariva, pur nel rispetto delle diverse posizioni, comunque fondativo delle nuove regole democratiche.

3Va detto anche che oltre all’art. 117 c’è anche il nuovo art. 116 della riforma, che prevede, attraverso un procedimento complesso che chiama in causa la volontà del Parlamento, la possibilità che materie quali “il governo del territorio“ possano tornare fra le competenze delle Regioni “virtuose”, cioè che rispettano alcuni parametri di gestione. Una possibilità, come si può facilmente comprendere, complessa e che comunque richiederebbe tempi lunghi, mentre in una realtà come quella lucana, dove sono state presentate decine di istanze dalle compagnie petrolifere, c’è bisogno di decidere presto e bene. Senza peraltro dimenticare che lo Stato, con la nuova norma costituzionale, potrà esercitare in ogni momento la clausola di supremazia.4

Stiamo parlando innanzitutto di petrolio, gas, reti energetiche e dell’impatto che queste attività hanno con l’ambiente in una Regione dove, da vent’anni, e con alterni risultati, si cerca di salvaguardare l’integrità del territorio anche dai pericoli dell’inquinamento.
E stiamo parlando delle Regioni, dove dal 2011, con leggi ordinarie dello Stato (decreti legge 138 del 13 agosto 2011 e 174 del 10 ottobre 2012) sono stati tagliati e uniformati i costi della politica. Basta solo ricordare, tra le tante cose, che con decreto approvato in poche settimane, quindi senza modifica costituzionale, i consiglieri regionali della Basilicata sono stati ridotti da 30 a 20; il “numero dei politici“ è stato ridotto in poche settimane senza modifiche costituzionali.

5

Queste sono le mie impressioni, che vi dico con franchezza. 

Ho scelto di non pronunciarmi ancora per provare a evitare contese politiche o addirittura personali; per questo vi chiedo di riflettere ancora, prima di decidere come votare. Mi piacerebbe ricevere osservazioni ed opinioni.6

Condividi subito

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.